{"id":5125,"date":"2022-06-22T14:58:57","date_gmt":"2022-06-22T13:58:57","guid":{"rendered":"http:\/\/www.dallombra.it\/?p=2161"},"modified":"2026-08-28T11:54:23","modified_gmt":"2026-08-28T09:54:23","slug":"lultima-guerra-di-mario-schifano-1988-1998","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/dallombra.softweb.srl\/?p=5125","title":{"rendered":"L&#8217;ultima guerra di Mario Schifano 1988-1998"},"content":{"rendered":"<p>Un progetto di Casa Testori<br \/>\nA cura di Davide Dall\u2019Ombra<br \/>\nCastello Gamba \u2013 Museo d\u2019arte moderna e contemporanea<br \/>\nCh\u00e2tillon, Valle d\u2019Aosta<br \/>\n22 Giugno \u2013 25 Settembre 2022<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/dallombra.softweb.srl\/?page_id=2187\"><span style=\"color: #993366;\"><strong>[English text here]<\/strong><\/span><\/a><\/p>\n<p><strong>L\u2019ultima guerra di Mario Schifano. <\/strong><strong>Appunti di servizio<\/strong><\/p>\n<p>\u201cMario Schifano \u00e8 subito entrato in una nuova dimensione; si aggirava nello spazio antico con disinvoltura; il suo volto aveva sorrisi che tagliavano l\u2019aria; poteva sembrare di volta in volta un monaco, un negromante, un medico, uno scienziato, ma \u00e8 semplicemente un artista che scopre il peso del destino, poich\u00e9 dipingere per Schifano non \u00e8 un\u2019impresa semplice, non \u00e8 soltanto il risultato di innumerevoli gesti o di una grande esperienza tecnica, \u00e8 soprattutto una lotta perenne, dura, impietosa con il fato che ognuno di noi \u00e8 chiamato ad affrontare, almeno una volta, nel corso della vita\u201d. <strong>Janus<\/strong><\/p>\n<p><strong>Aosta<\/strong><\/p>\n<p>Era il 30 aprile 1988 e alla Tour Fromage di Aosta veniva inaugurata una mostra a suo modo unica per Mario Schifano (1934-1998), uno degli artisti pi\u00f9 importanti e controversi dell\u2019arte italiana di secondo Novecento, presentato dal critico Janus (Roberto Gianoglio, 1927-2020), motore di un\u2019incredibile e indimenticabile stagione di mostre in Valle, tra gli anni Ottanta e Novanta, che meriter\u00e0 certamente un approfondimento dedicato. La mostra <em>Mario Schifano. Verde fisico<\/em> raccoglieva gli esiti di circa tre settimane passate dal pittore a lavorare in un\u2019ala dell\u2019antico convento di Saint B\u00e9nin. Ad attenderlo ogni sera a Pila, la moglie Monica De Bei e il figlio Marco, nato tre anni prima, arrivati insieme a lui a febbraio e con lui, scoppiata una grana con il fisco a Roma, erano ripartiti in fretta sulla Jaguar che li aveva portati su. Quella di Schifano \u00e8 stata una meteora che ha attraversato i cieli placidi della Valle e che non manc\u00f2 di lasciare il segno, nelle biografie di molti, a partire dall\u2019amico artista Lucio Bulgarelli (1932-2015), e, ancor pi\u00f9, al Museo del Castello Gamba che sarebbe nato pi\u00f9 di vent\u2019anni dopo, dove sono conservate cinque tele, comprate dalla Regione dopo la chiusura della mostra del 24 luglio.<\/p>\n<p><strong>Schifano a quel punto<\/strong><\/p>\n<p>Ma cosa voleva dire Mario Schifano 1988? E cosa sarebbe stato di quei dieci anni che lo separavano dall\u2019abbandono definitivo dei colori terrestri?<\/p>\n<p>Lo Schifano della seconda met\u00e0 degli anni Ottanta era il pittore bulimico che abbiamo in mente, amato e odiato dai galleristi, vittima e carnefice di essi e della propria pittura, come della propria fama. Perennemente sulle montagne russe dell\u2019umore, feroce e vendicativo, mansueto e dolce, contemporaneamente all\u2019attacco e in ritirata nel proverbiale isolamento del suo studio romano di via delle Mantellate, alimentato dalla necessit\u00e0 di far fronte alla dipendenza dalla droga o di difendersi da una fragilit\u00e0 inesorabile\u2026 Un turbinio di rapporti, collezionisti, amanti e amici che affastellano la <em>Biografia<\/em><a href=\"\/#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><\/a> a cento voci curata da Luca Ronchi, dove gli aneddoti si leggono uno dopo l\u2019altro, rischiando di farci perdere il controllo, come fossero ciliegie. L\u2019artista Pop era un anarchico vero e il sistema dell\u2019arte lo sovvertiva come un equilibrista sui rovi. Non rimase sempre in piedi, anche perch\u00e9 non c\u2019era ad aiutarlo la logica spietata di chi, per sfuggire al meccanismo del mercato, se ne costruisce uno suo, di meccanismo. Se venissero prima la bulimia espressiva o il bisogno di vendere, poco importa. La logica non era ragioneristica ma performatica. Come avrebbe potuto, del resto, sovvertire il mondo della pittura dall\u2019interno, dopo un paio di millenni, se non facendo saltare in aria, da degno Warhol italiano, i concetti di unicit\u00e0 dell\u2019opera, capolavoro, serialit\u00e0, autenticit\u00e0, ispirazione e committenza o commissione? \u201cTrovavo masochista lo sperpero di denaro che lo costringeva a lavorare di continuo, i conti aperti mai controllati con i fornitori. Le spese sempre gonfiate, esorbitanti. Ma aveva bisogno di quella dissolutezza. Quando glielo facevo notare mi faceva passare per meschina\u201d. Un\u2019emorragia senza freni, fatta anche di generosit\u00e0, che aveva qualcosa di ascetico: \u201cEra francescano e il suo rapporto con il denaro era solamente di utilit\u00e0, mai di accumulo. Lo ha distribuito a tanti giovani, artisti e non artisti [\u2026]. Il denaro era uno strumento di assunzione di oggetti d\u2019uso, di consumo, un mezzo e non un fine. Il fine era l\u2019uomo\u201d. Una logica per cui il possesso a lungo termine \u00e8 disprezzabile, se non amorale: \u201c\u00c8 stato l\u2019uomo che ha guadagnato di pi\u00f9 tra gli artisti di tutti i tempi, ma con lui il denaro bruciava come un cerino, qualsiasi cosa vedesse o la comprava o la regalava. Sai quante case, quante ville, quanti castelli avrebbe potuto avere&#8230; Se comprava dieci televisori, ne regalava undici\u201d.<\/p>\n<p>La critica s\u2019impegnava (o si preparava) a storicizzarne i monocromi degli anni Sessanta e, a ruota, i plexiglass, le emulsioni fotografiche e le <em>Televisioni<\/em>, oltre che a farne il demiurgo padre padrone della Scuola di Piazza del Popolo che tritur\u00f2 Tano Festa e Franco Angeli. Schifano sfornava quadri a migliaia, inondando un mercato insaziabile, senza mai perdere di vista che cosa fosse un capolavoro, forse anche per essere lasciato in pace mentre continuava a farne nascere, spesso tenendoli per s\u00e9 fintanto che uno dei suoi bisogni non li avrebbe necessariamente fatti partire. In questa ultima stagione non mancarono di certo opere uniche, capaci di puntellare il tran-tran della produzione diarroica, dando vita a picchi da appuntare e opere germinali di serie che ne sarebbero seguite.<\/p>\n<p>Gli anni Ottanta avevano segnato un ritorno alla pittura-pittura, spesso fortemente materica, in qualche modo in antitesi con il massiccio uso dell\u2019emulsione fotografica importata dall\u2019America al principio degli anni Settanta, caratterizzante quel decennio e destinata a tornare protagonista negli anni Novanta. Un primeggiare della massa pittorica e della gestualit\u00e0 che lo riconnetteva all\u2019informale, da leggere come un ritorno ai primordi, stimolato dallo scoppio della Transavanguardia e dall\u2019arrivo in Italia di un nuovo espressionismo tedesco.<\/p>\n<p><strong>L\u2019anno cardine<\/strong><\/p>\n<p>Il 1985 era stato, del resto, quello della mitica notte di <em>Chimera<\/em>: il quadro quattro metri per dieci dipinto in poche ore in piazza dell\u2019Annunciata a Firenze, davanti a migliaia di persone in ascolto della telecronaca di Achille Bonito Oliva, tra barattoli di vernice e ampie gestualit\u00e0 performative. Ma l\u201985 \u00e8 anche l\u2019anno del matrimonio con la De Bei e della nascita del figlio Marco, affetti determinanti per la stagione che si apriva. Ora c\u2019era un piccolo Schifano da viziare, sempre al centro del suo cosmo: \u201cMarco passava molto tempo a studio con il padre, tutti i giorni. Se non andava lui a prenderlo a scuola glielo portavo io. Aveva bisogno di vederlo continuamente, lo faceva partecipare al lavoro. Sin dall\u2019inizio gli aveva messo in mano macchine fotografiche, telecamere&#8230; Ho molte fotografie di loro due che dipingono insieme, fianco a fianco\u201d. Marco entra nel mondo di Schifano ma non ne soverchia l\u2019attitudine, semmai ne diventa destinatario principe: \u201cPer le feste chiamava il mago Silvan, trampolieri, funamboli, tutti. Da piccolo lo metteva nel punto pi\u00f9 alto della stanza e voleva che lo applaudissimo. Diceva di aver conosciuto solo dopo la sua nascita quel senso di affetto, di paternit\u00e0, anzi di maternit\u00e0&#8230; Lo amava in un modo cos\u00ec forte e fisico. La sera prima di dormire gli raccontava sempre la sua storia preferita, la storia della sera in cui era nato\u201d.<a href=\"\/#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n<p><strong>Schifano civile<\/strong><\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso che, al principio degli anni Novanta, in una delle sue opere pi\u00f9 importanti, <em>Tearful <\/em>(<em>In lacrime<\/em>), il dramma della guerra in Iraq \u00e8 visto dall\u2019interno del rapporto padre-figlio, partendo da una foto ritagliata dal \u00abTime\u00bb del 10 dicembre 1990, dove un bambino ci guarda smarrito mentre il padre soldato, in partenza per il fronte, non riesce pi\u00f9 a stringerlo a s\u00e9 e china la testa coprendosi il volto in lacrime: \u201cEcco, <em>Tearful<\/em>, sia pure nella sua fantasmaticit\u00e0, \u00e8 un quadro \u2018civile\u2019, \u00e8 la <em>Guernica<\/em> di Mario Schifano, un\u2019opera che potrebbe vivere perfino al Palazzo di Vetro dell\u2019Onu, ma \u00e8 anche un autoritratto ideale, una dedica a se stesso. Sembra quasi che Schifano abbia voluto sostituirsi al <em>national<\/em> <em>guardsman<\/em> John Moore (\u00e8 il nome dell\u2019uomo in lacrime della foto) per raccontare in prima persona una storia del mondo, la sua guerra del momento, le sue lacrime di sempre, l\u2019idea della perdita, la dimostrazione del sentimento, dell\u2019assenza, della famiglia, del vortice della storia che \u2013 scusate la retorica \u2013 porta con s\u00e9 ogni cosa, perfino la stessa pittura\u201d.<\/p>\n<p>Marco aveva cinque anni e in quel bambino senza volto su cui si incardina la tela \u2013 nipote del bambino schifaniano di \u201cIo sono infantile\u201d \u2013 c\u2019\u00e8 anche l\u2019artista: perennemente in stress d\u2019abbandono e solitudine, mentre si riempie di cose che gli esplodono intorno colorate. Del resto, Schifano \u00e8 fatto cos\u00ec: lo spazio all\u2019altro \u2013 congiunto, amico, quadro o oggetto che sia \u2013 \u00e8 concesso solo in quanto parte di s\u00e9, conferma di s\u00e9, e non ci sono opere che non siano, in qualche modo, autoritratti.<\/p>\n<p>In quegli anni Schifano \u00e8 attento a drammi internazionali, conflitti, povert\u00e0 e perfino alle problematiche ecologiche, come era particolarmente sensibile e irragionevolmente generoso con chiunque chiedesse denaro. \u00c8 il contesto in cui nacque l\u2019enorme quadro regalato all\u2019ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) due anni prima, alla fine dello stesso 1988 della parentesi aostana, un dipinto nato dall\u2019appropriazione pittorica della realt\u00e0 complessa del mondo, trasmessa dalla televisione, come sarebbe avvenuto nel 1991 con <em>Sorrisi scomparsi<\/em>, un dipinto in cui nuovi volti senza volto, sovrastati dalla traduzione in arabo del titolo, danno corpo alla tragedia in Kuwait.<\/p>\n<p><strong>Il ritorno mediatico<\/strong><\/p>\n<p>Il 1990 \u00e8 l\u2019anno della grande mostra a Palazzo delle Esposizioni di Roma, <em>Divulgare<\/em>, dove l\u2019uso dell\u2019immagine fotografica emulsionata su tela, gi\u00e0 sperimentata dagli anni Settanta, ha la sua esplosione ed evoluzione, grazie a enormi teli in pvc su cui Schifano fa stampare a Londra fotografie fatte agli schermi televisivi, per poi sottolineare con la pittura solo alcuni punti cardine dell\u2019immagine scelta. \u00c8 il frutto dell\u2019invasivit\u00e0 televisiva nella retina schifaniana e della doppia possibilit\u00e0 selettiva dell\u2019artista, attuata nel catturare il fotogramma televisivo e nel deciderne gli elementi formalmente decisivi da sottolineare con interventi pittorici. Nello studio di Schifano un numero incontrollato di televisori sono accesi giorno e notte, illuminandolo con un flusso continuo di informazioni, e l\u2019artista fotografa continuamente gli schermi: \u201cAttraverso questa finestra [la TV] io catturo le immagini che pi\u00f9 mi colpiscono, i messaggi provenienti dalla realt\u00e0 drammatica che ci incalza. Ma non sono uno spettatore passivo. Mentre seguo sul video il susseguirsi vertiginoso degli avvenimenti, penso, rifletto, creo\u201d. Fino a diventare esso stesso mezzo di comunicazione: \u201cIo mi sento come un media\u2026&#8221;<\/p>\n<p>In anni di reclusione volontaria, la televisione diviene per lui una finestra sul mondo e fonte ossessiva d\u2019ispirazione. Schifano manda a stampare decine di rullini al giorno: foto scattate agli schermi TV che si accumulano nel suo studio a mazzi, talvolta divisi per generi, coinvolte in un processo divorante e germinativo insieme. Spesso Schifano le tiene in mano mentre parla al telefono o in sessioni di pensiero: quasi in trance le fa passare, una dopo l\u2019altra, trapuntandole con la pittura. Le fotografie vengono ritoccate a olio e pennarello dando vita a una produzione sterminata di pezzi unici che il gallerista Emilio Mazzoli ha definito il \u201crosario di Schifano\u201d, snocciolato durante il giorno e la notte a ogni occasione libera, nel tentativo di lasciare un\u2019impronta su quello che accadeva intorno a lui e che lo aveva raggiunto. Per un momento l\u2019artista immagina anche un contenitore nero, a forma di televisore in cui montarle singolarmente, ma moltissime vennero regalate e disperse. Un grosso nucleo di migliaia di foto venne acquistato in blocco dallo stesso Mazzoli, prendendo la strada del collezionismo come singoli incunabuli di autenticit\u00e0 schifaniana alla portata di tutti o montati su grandi polittici, a restituire l\u2019impatto tracimante dell\u2019impresa, come avvenne per la Biennale veneziana del 1993.<\/p>\n<p><strong>Con Emilio Mazzoli<\/strong><\/p>\n<p>Il modenese Emilio Mazzoli (1942), celebre scopritore di talenti e attore fondamentale nel processo dell\u2019affermazione della Transavanguardia messo in campo con l\u2019amico Achille Bonito Oliva, \u00e8 stato un gallerista cardine per Schifano in questa fase della sua vita. Talvolta Mazzoli riusc\u00ec a farlo lavorare a Modena il tempo giusto perch\u00e9 potesse concentrarsi e produrre i quadri della mostra; ne vegliava il lavoro, sovraintendendo alla qualit\u00e0 e fiutando i lavori che lui stesso definisce \u201cgerminali\u201d. Tre le mostre dedicate a lui, esito di momenti nodali nella produzione del pittore, di cui il gallerista seppe in qualche modo incanalare l\u2019irrequietezza autodistruttiva, almeno fino a una certa data. Tra <em>Schifano 1970-1980. Laboratorio umano e pittura<\/em>, del 1980, e <em>Udienza<\/em> del 1993, si colloca <em>Mario Schifano \u201cestroverso\u201d<\/em>, del 1991, certamente una delle esposizioni pi\u00f9 importanti dell\u2019artista, tanto che sfogliandone il grande catalogo si trasecola per il susseguirsi di un vertice espressivo dopo l\u2019altro. Il testo di Achille Bonito Oliva segue i due nuclei di opere presentate, non legate tra loro da un tema: quello dei dipinti 1982-1986 e un secondo d\u2019inediti \u2013 tra i quali spiccava certamente <em>Tearful<\/em> \u2013 scalati tra il 1990 e i primi mesi di quel 1991: \u201cQuesta famiglia di quadri che non sono parenti fra loro (dunque italiana) costituisce l\u2019ultimo brillante esempio del nomadismo creativo di Schifano artefice del tutto e nello stesso tempo scapolo estroverso impenitente di una pittura che non richiede continuamente la verifica di una paternit\u00e0, quella di un pornografo dello sguardo che trasforma le istantanee fotografiche e televisive della cronaca nella durata dell\u2019immagine artistica.<a href=\"\/#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n<p>Io Achille Bonito Oliva, critico d\u2019arte, certifico che questi quadri sono di mano di Mario Schifano padre di un figlio Marco Giuseppe procreato con Monica De Bei nella vita, scapolo estroverso impenitente nel campo eroticamente elaborato con l\u2019ausilio dei Mass Media delle forme dell\u2019arte. Dichiaro inoltre di essere padrino del figlio Marco Giuseppe e compagno di strada della sua pittura, una famiglia italiana di opere\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019officina modenese di Mazzoli era libera di intercettare cavalli di razza anche al di fuori della linea maestra della pittura, che lo caratterizzava, cos\u00ec come di arruolare penne critiche provenienti da strade molto differenti tra loro, come era avvenuto nella seconda met\u00e0 degli anni Ottanta con Giovanni Testori. Ma certamente il rapporto di Mazzoli \u2013 \u201cgallerista cattolico apostolico romano che crede nella famiglia e nell\u2019infallibilit\u00e0 del padre\u201d \u2013 con Schifano fu tra i pi\u00f9 significativi per lui: \u201cCome sai Mario non era interessato al sacro ma per me il suo lavoro era un po\u2019 come una religione e mi faceva venire in mente le suore di clausura che pregano sempre per arrivare all\u2019atarassia. Lui faceva lo stesso, lavorava di continuo, o disegnava o dipingeva, la sua era come una forma di purificazione. Certo, poi aveva questo laicismo del volere tutto e subito. A Mario piacevano tutte le cose terrene pi\u00f9 belle, e anche le pi\u00f9 dure\u201d.<\/p>\n<p>Diverse foto testimoniano, del resto, un Mazzoli presente in presa diretta all\u2019esecuzione di capolavori destinati a rimanere per sempre legati alla sua capacit\u00e0 selettiva, che ne fa in qualche modo un <em>connoisseur<\/em> in senso critico, come si \u00e8 pi\u00f9 abituati a vederne all\u2019opera sull\u2019arte dei secoli passati. Tre quadri dell\u201985 come <em>Incidente<\/em>, <em>Osservatorio <\/em>o <em>Il parto numeroso della moglie del collezionista<\/em>, cos\u00ec come la serie dei palazzoni in fiamme o lo stesso <em>Tearful <\/em>del \u201990, fino ai <em>Cardinali<\/em> del \u201993, saranno per sempre \u201ci quadri di Mazzoli\u201d, indipendentemente da chi potr\u00e0 dire di possederli.<\/p>\n<p><strong>Chi di televisione ferisce\u2026<\/strong><\/p>\n<p>Una collaborazione, quella tra Mario ed Emilio, destinata a concludersi, nei fatti, entro il 1995, quando il torrente scelto da Schifano per incanalare la sua produzione bulimica e far fronte al continuo bisogno di denaro fece fare un passo indietro al gallerista modenese. Sono gli anni di quello che da molti \u00e8 stato considerato un suicidio, in cui le regole del mercato sovvertite dall\u2019artista sembravano presentare il conto. In realt\u00e0, si tratt\u00f2 di una serie di fattori che le voci della <em>Biografia<\/em> di Ronchi mettono in fila con lucidit\u00e0, a partire dalla crisi di Tangentopoli (1992), su cui si schiantarono i favolosi anni Ottanta, mandando in crisi un certo mercato romano e rallentando le vendite dell\u2019artista, che non smetteva di aver bisogno di (molti) soldi. Altro fattore era stata l\u2019incredibile diffusione di falsi che stava inondando il mercato, senza che Schifano sapesse, e in alcuni casi volesse, opporsi. La situazione era molto pi\u00f9 critica di quello che si potesse immaginare, non solo per la vastit\u00e0 del fenomeno ma per come, in molti casi, venisse gestito dalla criminalit\u00e0 malavitosa, che in pi\u00f9 circostanze arriv\u00f2 a spaventare l\u2019artista. La reazione di Schifano, incapace di arroccarsi in una difesa che gli avrebbe probabilmente richiesto una regolarizzazione della pratica artistica per lui inaccettabile, fu quella di affidarsi, nel 1995, ad un accordo di esclusiva con la Monte Titano Arte di Pier Paolo Cimatti, che port\u00f2 alla vendita di gran parte della sua opera sui canali di Telemarket e alla produzione seriale che ne doveva alimentare il mercato. L\u2019emorragia era la stessa, ma in qualche modo autorizzata dall\u2019autore. I debiti e una sincera convinzione nella democraticit\u00e0 dell\u2019arte avevano rotto gli indugi e lo stesso Bonito Oliva colse questo passo come in continuit\u00e0 con il processo mediatico in atto per l\u2019opera dell\u2019artista: \u201cQuando Schifano ha fatto la scelta di Telemarket ha riflettuto da <em>pater familias<\/em>. Doveva proteggere la sua famiglia, il figlio piccolo, e per farlo doveva investire sul suo nome pi\u00f9 che sulla sua opera. Aveva capito che a un certo punto il nome pu\u00f2 contare pi\u00f9 dell\u2019opera. Dando il suo nome a opere moltiplicate in grande quantit\u00e0 ha aderito anche a un principio filosofico che gli apparteneva: la diffusione dell\u2019arte attraverso i media. Lui aveva gi\u00e0 adoperato la fotografia, il cinema. Insomma, si trattava di un\u2019applicazione coerente con il suo punto di vista\u201d.\u00a0I pagamenti regolari di Cimatti gli garantirono una stabilit\u00e0 mai provata prima, anche se a caro prezzo, in termini di libert\u00e0 espressiva e, a lungo termine, anche di mercato.<\/p>\n<p><strong>A volte (non) ritornano<\/strong><\/p>\n<p>Certo Schifano si rese conto dei limiti di questo compromesso e, al principio della vicenda non mancarono i tentativi di ritornare a dialogare con mondi diversi. Risale a questi anni un regalo a Emilio Mazzoli che ha in s\u00e9 tutta la drammaticit\u00e0 di questo momento, molto del carattere irrequieto, affezionato e fanciullesco dell\u2019artista, ma anche del suo sguardo lucido verso ci\u00f2 che conta e del profluvio di poesia visiva di cui fu capace fino alla fine. Si tratta di un dittico del 1995, due tele emulsionate che ritraggono il gallerista nella sua cosmogonia, circondato dal suo universo, in cui Mario chiedeva di poter rientrare. Sopra al primo volto bonario di Mazzoli trovano spazio i protagonisti della Transavanguardia: gli amici Cucchi Enzo, Paladino Mimmo e Chia Sandro, evocati con l\u2019abbrivio di un testo da enciclopedia, come a sottolinearne l\u2019avvenuta storicizzazione di cui Mazzoli era uno dei responsabili. All\u2019altezza del cuore, \u00e8 collocato il proprio incipit bibliografico, ma con il cognome cancellato, solo un nome che sottende un aggettivo chiave: \u201c[il tuo] Mario\u201d. La seconda tela mette in scena quale sia l\u2019attitudine di Mazzoli mendicata per s\u00e9 da Schifano: quella di padre. Intorno al suo volto viene evocato a raggera il figlio di Emilio, Francesco, a quel tempo al servizio militare nell\u2019arma dei Carabinieri, rappresentato dalle parole chiave \u201cbandiera, giuramento, madre, carabiniere, commilitone, impegno, banda\u201d. Sul cuore di Emilio, esplicitato in pittura quasi fosse un ex voto, ne compare la definizione: \u201cpadre di famiglia, uomo che ha generato uno o pi\u00f9 figli\u201d. Su entrambe le tele \u00e8 reiterata la scritta a tubetto che fa da titolo e messaggio dell\u2019opera: <em>CARO EMILIO CONTINUA<\/em>\u2026 (ad occuparti di me).<\/p>\n<p><strong>La poesia della fine<\/strong><\/p>\n<p>Ma nei meno di tre anni che rimasero all\u2019artista, stroncato da una serie ripetuta di infarti il 26 gennaio 1998, la collaborazione con Telemarket non fece tempo ad ossidarsi e il ritorno a Modena non avvenne. Sono gli anni in cui Schifano guarda con vorace curiosit\u00e0 alle prime potenzialit\u00e0 di internet \u2013 aprendo un proprio sito gi\u00e0 nel 1996 e immaginando di trasmettere in rete dirette di s\u00e9 al lavoro \u2013 come anche alla fibra ottica, ritratta in un celebre quadro del 1997. Forse di stagioni, Schifano, che era in sella da quasi quarant\u2019anni, ce ne aveva regalate a sufficienza. Era per lui ora di spegnere i televisori e godersi in pace le sue notti stellate, tra chimere volanti e cieli monocromi ad uso di paesaggi anemici. Una fine con poesia, certo, ma senza romanticismo. Perch\u00e9 \u201cse c\u2019era una cosa che proprio non apparteneva al suo lavoro era l\u2019ingenuit\u00e0\u201d.<a href=\"\/#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n<p>Davide Dall&#8217;Ombra<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2167\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-129.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"983\" \/> <img decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2170\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-132.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"442\" srcset=\"https:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-132.png 980w, https:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-132-300x184.png 300w, https:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-132-768x472.png 768w\" sizes=\"(max-width: 720px) 100vw, 720px\" \/> <img decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2171\" src=\"https:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-133-1024x585.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"411\" \/> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2172\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-134.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"550\" \/> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2173\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-135.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"361\" \/> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2174\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-136.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"339\" \/> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2175\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-137.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"426\" \/> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2176\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-138.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"450\" \/> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2177\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-139.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"436\" srcset=\"https:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-139.png 986w, https:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-139-300x182.png 300w, https:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-139-768x465.png 768w\" sizes=\"(max-width: 720px) 100vw, 720px\" \/> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-2178\" src=\"http:\/\/dallombra.softweb.srl\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Screenshot-140.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"947\" \/><\/p>\n<p><a href=\"\/#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n<p><a href=\"\/#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un progetto di Casa Testori A cura di Davide Dall\u2019Ombra Castello Gamba \u2013 Museo d\u2019arte moderna e contemporanea Ch\u00e2tillon, Valle d\u2019Aosta 22 Giugno \u2013 25 Settembre 2022 [English text here] L\u2019ultima guerra di Mario Schifano. 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